Le dimore dei defunti

Sala 1


Necropoli di Monterozzi tomba a fossa 11L'architettura funeraria  di Tarquinia è condizionata dal rituale funebre utilizzato, a seconda cioè che il defunto sia cremato od inumato. A Tarquinia, nel momento di formazione della città (X-VIII secolo a.C, ) l'uso dell'incinerazionecomportò l'utilizzo di tombe "a pozzo" ovvero buche scavate nella roccia all'interno delle quali venivano deposti l'urna cineraria con i resti cremati del defunto e gli oggetti del corredo funerario: una sepoltura di tale tipo è esposta nella sala 1 del I piano del museo.

A partire dallo scorcio del IX secolo a.C., allorché al rito della cremazione si affianca quello dell'inumazione, fanno la loro comparsa le tombe a fossa, nelle quali il corpo del defunto veniva deposto integro insieme agli oggetti del corredo funebre.

Alla fine dell'VIII secolo a.C. Tarquinia è ormai una vera e propria città, affacciata sul mare ed aperta alle novità e agli influssi esterni; il rito funerario pressoché esclusivo è ora quello dell'inumazione ed appaiono le prime tombe a camera destinate al seppellimento dei componenti delle famiglie aristocratiche, segnalate in superficie da imponenti tumuli (monti di terra) ispirati al mondo orientale.

Nell'angolo della sala 1 vi è la cassa di nenfro rinvenuta nella "fossa 11" (fine IX - decenni iniziali dell'VIII secolo a.C.), scavata nel marzo 1887 nella necropoli dei Monterozzi. Non resta alcuna traccia dello scheletro ma, considerate le piccole dimensioni della cassa e la tipologia degli oggetti del corredo, costituito dai soli ornamenti personali, è presumibile che si tratti della tomba di una bambina. Il corpo, come documentato da un piccolo lembo di tessuto di lino, era avvolto in un sudario fermato da una serie di fibule e impreziosito da numerosi ornamenti, prevalentemente in bronzo, ma anche in ambra e in oro.



 Sala 2


Necropoli di Monterozzi tomba a camera dei VersnaNella sala 2 è stata ricostruita una tomba a camera, scavata nel 1980 nella necropoli dei Monterozzi. Il sepolcro, ipogeico e del tipo "ad ogiva", ovvero con pareti a profilo ogivale e soffitto solcato da una fenditura longitudinale sigillata da pesanti lastroni di pietra, era preceduto da un ampio vestibolo a cielo aperto. Databile all'ultimo quarto del VII secolo a.C., la tomba apparteneva alla aristocratica famiglia dei Versna, come attesta l'iscrizione incisa sulla stele di pietra rinvenuta nel vestibolo.

La tomba era stata già violata e molti oggetti del corredo (certamente i più preziosi) purtroppo asportati. Nell'angolo tra la parete sinistra e quella di fondo un'alta banchina ricavata nella roccia, destinata ad accogliere le spoglie del defunto; sulla destra un letto costruito con lastroni di nenfro (pietra tufacea grigia) e con zampe sagomate, forse utilizzato come "tavola per offerte".

Sulla banchina sinistra pochi resti scheletrici di un individuo maschile morto tra i 20 ed i 40 anni; due lance in ferro, frammenti di un carro da guerra a due ruote e della bardatura dei cavalli (due morsi in ferro), trovati ai piedi della banchina, ne sottolineano il ruolo di guerriero.

La presenza di una seconda deposizione - femminile - di cui però non resta alcuna traccia del corpo, è testimoniata da oggetti peculiari del mondo muliebre: una fuseruola, piccole conchiglie forate forse per una collana ed una pisside (vaso da toeletta) di importazione corinzia.

Il rango gentilizio dei due defunti è sottolineato dalla presenza di vasellame di importazione greca e dal ricco servizio da banchetto, usanza quest'ultima che le aristocrazie etrusche presero in prestito da quelle orientali.